Prostata: quando il tumore non è aggressivo basta sorvegliarlo con attenzione

Anche l'Istituto dei Tumori di Milano ha confermato l'efficacia della “sorveglianza attiva” per il cancro della prostata. A patto di rispettare scrupolosamente le scadenze

In presenza di un tumore prostatico non aggressivo (per esempio di stadio T1 o T2, come viene indicato nel referto), su consiglio dello specialista si può procrastinare il ricorso a terapie "pesanti", quali la chirurgia e la radioterapia. Infatti in questi casi è possibile instaurare - in perfetta concordanza di intenti tra medico e paziente - la cosiddetta "sorveglianza attiva". Vale a dire un controllo di stretta routine concernente lo stato e l'eventuale evoluzione del male.

TRE APPUNTAMENTI IMPRESCINDIBILI

Secondo l'Istituto dei Tumori di Milano, che in proposito ha svolto uno studio specifico, un terzo dei nuovi casi diagnosticati ogni anno può essere affidato a un procedimento di “sorveglianza” da seguire a date prefissate per un tempo indeterminato e rigidamente calendarizzato. La procedura si estrinseca con un controllo ogni tre mesi, tramite esame del sangue, dell'antigene prostatico (PSA); con una visita urologica e palpazione della prostata ogni sei; con una biopsia della ghiandola a un anno dalla diagnosi e poi a seguire. In questo modo si evita il ricorso immediato a terapie importanti (nei casi meno fortunati, si rimandano anche a lungo e forse per sempre) e quindi anche l'instaurarsi di quegli effetti collaterali - infezioni, incontinenza urinaria, disfunzione erettile - quasi sempre inevitabili se ci si affida a soluzioni tradizionali. Lo studio dell'Istituto ha confermatol'efficacia di questa oculata soluzione di vigile controllo.

MINOR NUMERO DI TRATTAMENTI RADICALI

In proposito il professor Riccardo Valdagni, direttore dell'Unità di Radioterapia Oncologica 1 dell'Istituto e presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIURO), ha voluto precisare che “nessuno dei pazienti entrati in sorveglianza attiva ha sviluppato metastasi o è deceduto per il cancro della prostata”. A lui ha fatto eco il dottor Giovanni Apolone, direttore scientifico dello stesso Istituto milanese, spiegando: “Lo studio è nato da una necessità da tempo sentita, non solo relativa al tumore della prostata. Abbiamo cioè ritenuto doveroso trovare una via per ridurre l'eccesso di trattamenti radicali, portatori di pesanti effetti collaterali, tali da cambiare la qualità della vita di un paziente già provato da una così traumatica esperienza”.

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