Enuresi: bagnare il lenzuolo dopo i 6 anni non è una colpa ma un problema che si risolve
Le cause sono varie e per ognuna, come spiega l'esperto, c'è la soluzione appropriata. Si va dai farmaci agli allarmi notturni, ma bisogna anche insegnare ai piccoli il comportamento corretto, sia a tavola sia con il bagno. Vietato colpevolizzare
“L'enuresi notturna - spiega il professor Sandro Sandri, direttore Urologia e Unità Spinale Ospedale di Magenta - è l’emissione involontaria e incosciente di urina, di solito durante il sonno, un problema che si manifesta nonostante l'assenza di lesioni dell’apparato urinario. Riguarda bambini di oltre i 5-6 anni, età in cui il controllo minzionale, anche notturno, dovrebbe essere ormai acquisito”. Il disturbo, più frequente nei maschi (3 a 1), è maggiormente presente nei bimbi con intestino pigro (soffre di stipsi il 70% dei piccoli che sono affetti da enuresi) e in quelli col sonno profondo (90%). Si presenta circa nel 27% dei bambini di 4 anni, nel 10-15% di 5-7 anni, nel 6-7% di 9-10 anni, nel 3% di 12 anni. A 18 anni la percentuale di “vittime” è pari all'1%.
PRIMO PASSO: RICONOSCERE IL TIPO
“Nella maggior parte dei casi - precisa il professor Sandri - il problema si risolve spontaneamente, con la crescita. Infatti nel complesso è presente nell'1-2% degli adolescenti e nello 0,5% degli adulti. Il problema può manifestarsi in modo continuo (tutte le notti) o saltuario (2-3 volte nella settimana). Qualunque sia la frequenza, per scegliere la terapia idonea è importante riconoscere le diverse forme di enuresi, le quali spesso hanno cause differenti”.Bisogna distinguere tra i bambini che bagnano il letto soltanto di notte (enuresi monosintomatica) e quelli che hanno problemi di minzione, come aumento della frequenza, incontinenza o urgenza, anche durante il giorno (enuresi sintomatica). Poi ci sono i casi di enuresi primaria, in cui il bambino non ha mai smesso di fare la pipì a letto, e quelli di enuresi secondaria, quando il piccolo, dopo aver raggiunto il controllo della vescica, ricomincia a bagnare il letto.
ALL'ORIGINE CI SONO TRE MECCANISMI
Spiega ancora il professore: “L’enuresi primaria di tipo genetico o familiare è legata a tre meccanismi principali, spesso associati: la poliuria notturna, le alterazioni della funzionalità vescicale e i disordini del risveglio. La poliuria notturna, cioè la produzione durante la notte di una maggiore quantità di urina, è spesso dipende da una ridotta produzione nelle ore notturne dell’ormone antidiuretico (ADH), condizione che riguarda circa il 60% dei bambini enuretici. Il secondo meccanismo è la presenza di alterazioni della funzionalità della vescica, per lo più riconducibili a disturbi della fase di riempimento (iperattività vescicale) o di svuotamento (mancanza di coordinazione tra il muscolo destrusore e lo sfintere).
Infine, molto importanti sono i disordini del risveglio. I bambini che bagnano il letto hanno un sonno più profondo e sono più difficili da svegliare, faticano quindi a percepire le contrazioni vescicali e ad agire di conseguenza. La presenza di questo problema, associato agli altri due, complica la terapia.”Molto diverso è il problema dell’enuresi secondaria che ha cause di tipo psicologico ed è a volte la conseguenza di insicurezze e traumi subiti dal bambino. “In questi casi la strategia più adatta è quella di ascoltare e porre il bambino nelle condizioni di poter parlare con un adeguato supporto anche psicologico”.
QUANDO SERVE L'ALLARME NOTTURNO
“Le strategie comportamentali - prosegue lo specialista - hanno effetto nel 5-10% dei bambini. Per gli altri casi alla terapia comportamentale si associano i farmaci. Per i bimbi con iperattività vescicale si usano farmaci anticolinergici o ad azione miorilassante sulla vescica (ossibutinina cloridrato, tolterodina), impiegati anche nell’adulto, mentre in quelli con poliuria notturna si ricorre ad analoghi dell’ADH, capaci di ridurre la produzione di urina. Le terapie comportamentali prevedono diverse tecniche: il training vescicale e l’uso di allarmi notturni, ma anche l’agopuntura e le stimolazioni del piano perineale”.
L’allarme notturno è un dispositivo, collegato al pigiama o alle mutandine, che suona e/o vibra quando cominciano ad uscire le prime gocce, svegliando il piccolo. Viene utilizzato nei casi di enuresi legata al sonno profondo, i più frequenti. La sua azione è quella di rendere più leggero il sonno, facendo sì che i centri corticali del cervello siano più sensibili ai segnali provenienti dalla vescica. “Questo metodo è adatto per i bambini più grandicelli perché richiede la loro partecipazione attiva ed è quello che ottiene i maggiori tassi di guarigione immediata e a lungo termine, con percentuali di successo del 60-85%. Per i bambini che non accettano questa terapia, all’allarme si associano per un certo periodo farmaci specifici, che andranno scalati quando l’enuresi sarà regredita”.
Molto efficace il training vescicale, che si basa su tecniche diverse, tra le quali: 1. allenamento: si insegna al bambino a trattenere l'urina per 2 minuti dal momento in cui avverte lo stimolo, per arrivare nell'arco di un mese a 45 minuti; 2. conteggio: il bambino viene istruito interrompere la minzione, contare fino a 3 e riprenderla fino a svuotare la vescica, in questo modo si potenziano lo sfintere esterno e i muscoli del pavimento pelvico.
“La terapia comportamentale offre risultati superiori ai soli farmaci, con percentuali di successo dell’80%. Questo approccio, centrato sul processo di maturazione della funzione minzionale e vescicale, mantiene i risultati a lungo ma presenta il limite di richiedere una forte partecipazione da parte del bambino e della famiglia, un’ampia disponibilità di tempo e una buona dose di esperienza da parte dello specialista”.
L'ANSIA NON È LA CAUSA MA L'EFFETTO
Il professore demolisce un luogo comune: “Contrariamente a quanto si pensava, nella maggior parte dei casi le cause dell'enuresi non sono psicologiche ma organiche o funzionali. È sbagliato etichettare negativamente un bambino che fa la pipì a letto dopo i sei anni chiamando in causa un disagio esistenziale. Gli studi svolti negli ultimi venti anni hanno dimostrato che in realtà solo 1 caso su 5 si può considerare legato a problemi psicologici o comportamentali. È semmai il contrario, cioè è l’enuresi, soprattutto nei bambini più grandi, a causare ansia, disagio e riduzione dell’autostima”. Gli studi hanno detto anche altro: “È ormai provato che vi è anche una forte componente genetica ed ereditaria: se la mamma o il papà lo hanno avuto da bambini, il rischio di 'tramandare' il problema è pari al 43% se ad averne sofferto è un solo genitore, del 77% se invece ne hanno sofferto entrambi.
IMPARARE A BERE E A FARE PIPÌ.
L’atteggiamento dei genitori verso il piccolo svolge un ruolo fondamentale: non devono colpevolizzarlo ma nemmeno ignorare l'esistenza del problema, rassicurandolo del fatto che quel disturbo si risolve. Se i genitori hanno le giuste conoscenze sull’argomento e sono tolleranti, le percentuali di successo vanno dal 30 all’80%. Puntualizza il professor Sandri: “Se il bambino è in età prescolare, non ha infezioni delle vie urinarie e ha una forma di enuresi monosintomatica, si aspetta l’evolversi del problema; se ha già superato i 6-7 anni, si intervenire con misure dietetiche e comportamentali, come ad esempio insegnare come e quanto bere”.
Conclude l'esperto: “È infatti importante che si abituino a bere al mattino, quando l’organismo si sveglia disidratato dopo ore di sonno, e poi durante tutta la giornata con scadenze regolari, e non solo nel pomeriggio dopo la scuola o lo sport, altrimenti rischiano di sovraccaricare la vescica. Sarebbe inoltre utile ridurre l’assunzione di liquidi nelle ore serali. Da evitare il consumo a cena di piatti ricchi di sale e calcio e pure il bicchiere di latte (che contiene proprio calcio) prima di andare a letto. È inoltre molto utile far acquisire ai bambini abitudini minzionali corrette: andare a far pipì ogni 2-3 ore durante il giorno e subito prima di andare a dormire. Di notte è importante togliere il pannolino, che non stimola il bambino ad acquisire il controllo e favorisce il mantenimento di un atteggiamento regressivo. È inoltre buona norma svegliare il piccolo una volta per notte per fargli fare pipì. In alcuni casi questo può bastare a farlo restare asciutto, mentre svegliarlo più volte e portarlo 'di peso' in bagno è controproducente perché impedisce la connessione tra sensazione di riempimento e risveglio. Il bambino guarisce quando impara a svegliarsi spontaneamente, a localizzare il bagno e a svuotare la vescica”.
