Tumore della prostata: la cura la sceglie il paziente se è bene informato

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Una ricerca americana invita i malati a decidere la terapia. Nel contempo auspica la presenza di un team di esperti per la corretta valutazione delle conseguenze legate all'intervento che si vuole porre in atto

Fortunatamente la maggioranza dei pazienti viene a sapere di soffrire di un cancro alla prostata quando questo è ancora in fase iniziale. È quanto sostengono i ricercatori del Lineberger Comprehensive Cancer Center dell'Università della North Carolina. “In questi casi - sottolinea Ronald C. Chen, promotore dello studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association - si registra una percentuale di sopravvivenza superiore ai 5 anni pari al 90%. Aggiungo che, dato che abbiamo diverse opzioni sul tipo di intervento da eseguire, a nostro parere devono essere gli stessi interessati a stabilire per quale optare. Si tenga inoltre presente che, con molta probabilità, il trascorrere degli anni non cambierà la specificità del tumore”.

TERAPIE ED EFFETTI

Lo studio ha preso in esame 1.141 pazienti con carcinoma prostatico ai primi stadi e li ha seguiti dal 2011-2013 fino al dicembre del 2015. I soggetti coinvolti hanno risposto a domande sui diversi effetti provocati dalle terapie: problemi all'intestino, disfunzione erettile, incontinenza urinaria. Le cure coinvolte erano: intervento chirurgico di prostatectomia, brachiterapia oppure la semplice sorveglianza attiva.

Ovviamente, per optare consapevolmente, è necessario essere bene al corrente delle possibili complicanze. La prostatectomia radicale ha comportato diffusa incontinenza e, nel 57% dei casi, disfunzione erettile. La brachiterapia, che consiste nel posizionamento nella ghiandola assalita dal male di piccole sorgenti radioattive, ha pure indotto disfunzione erettile (34% dei casi) e, nei primi mesi dopo il trattamento, infiammazioni del tratto urinario e problemi gastrointestinali. Scarso il sanguinamento.

“Esiste anche un approccio al male, la sorveglianza attiva, - sottolinea il professor Riccardo Valdagni, Presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIURO) - che prevede di tenere sotto controllo il tumore (per esempio con l'esame di routine del PSA e visite periodiche), posticipando specifici trattamenti al momento in cui il male cambierà atteggiamento, se mai lo cambierà. In questo modo si rimanderanno, anche per anni e forse per tutta la vita, le terapie apportatrici di effetti collaterali indesiderati”. È la sorveglianza attiva.

INFORMARSI DI TUTTO

“Può non essere facile prendere in proprio una decisione tanto importante - ammette il professor Valdagni - e infatti molti pazienti preferiscono affidarsi al consiglio/decisione del medico. Fare una scelta che coinvolge la propria salute in modo tanto radicale è infatti fonte di ansia e bisogna essere ben consapevoli di tutto e chiedere informazioni, farsi spiegare ogni cosa dal proprio medico o addirittura da un team di specialisti, con urologo, oncologo, radioterapista e anche psicologo, se necessario”. A volte il paziente sceglie senza consultarsi, e poi se ne pente.

 

 

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